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A COMPAGNA RIVISTA MENSILE ILLUSTRATA

 

LA COPERTINA DEL PRIMO NUMERO

 

 

All’ing. Cesare Gamba che nelle sale di Palazzo Bianco, durante il memorabile ricevimento del 24 maggio 1926, gli consegnava il distintivo di socio della “Compagna”, S. E. Mussolini rispondeva poche, eloquenti parole: “Sono orgoglioso di appartenere alla “Compagna”.

Nel tracciare il programma di questa nostra rivista, rievochiamo, come il più sicuro auspicio per il nostro cammino, le incisive parole del più illustre dei compagni, il Duce, al quale inviamo il nostro primo saluto.

E un saluto rivolgiamo alle autorità politiche, fasciste, amministrative, sindacali, militari, giudiziarie, religiose, che reggono la Città, al Consolato magnifico, alla Consulta della “Compagna”, ai compagni, ai genovesi tutti, agli ospiti graditi di Genova, alle Associazioni regionali che come la nostra, si prefiggono il culto delle tradizioni della loro terra a maggiore gloria d’Italia, alla stampa cittadina che della voce di Genova è stata sempre così degna, autorevole interprete.

La nostra rivista si prefigge lo scopo di stabilire un efficace collegamento tra i “compagni” mediante la pubblicazione degli atti sociali, delle relazioni sui lavori compiuti dal Consolato, dalla Consulta, dalle diverse Commissioni; degli avvenimenti sociali di maggiore importanza, ecc. In una parola questa pubblicazione dovrà essere la eco fedele della vita dell’Associazione e per ciò recherà in ogni numero una parte ufficiale, redatta a cura della Cancelleria. Ma tale notiziario, se può avere un interesse pei soci, non basta a giustificare una pubblicazione che si rivolge in genere a tutta la cittadinanza genovese e ligure; e per ciò la rivista “A Compagna” sarà anche la illustrazione della storia e dell’archeologia ligure, delle tradizioni della nostra stirpe, dei monumenti che il genio e la opulenza degli antenati ci hanno lasciato, delle grandiose opere di carità che la munificenza antica e moderna ha costruito a vantaggio dei poveri, delle iniziative degne di maggiore rilievo nei campi più disparati dell’attività ligure, dalle nostre industrie poderose al vasto campo del commercio marittimo.

 

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24 MAGGIO 1926 – S. E. MUSSOLINI DA UNA FINESTRA DEL PALAZZO DELLA PREFETTURA

SORRIDE ALLA BANDA DELLA “COMPAGNA” CHE PASSA SUONANDO “RUSTICANELLA”

 

La rivista si propone anche la illustrazione delle nuove opere pubbliche cittadine senza però invadere in minima parte il campo così bene mietuto dal Bollettino Municipale “La Grande Genova” al quale invia un plauso sincero per la cura con cui viene redatto nelle svariate sue rubriche. Né intende comunque la nostra pubblicazione varcare la sfera d’azione, prevalentemente letteraria ed artistica, di un’altra rivista mensile genovese “La Superba”, alla quale porge pure un cordiale saluto. E tanto meno vuole in minima parte assurgere alla trattazione dei problemi della politica, della scienza, della letteratura, i quali trovano degna sede nella Rivista “Le Opere e i Giorni” che, fondata e diretta dal “compagno” Mario Maria Martini, ha già da tempo oltrepassato i liguri confini per conquistare uno dei primissimi posti tra le riviste italiane.

Per la trattazione dei diversi temi ci siamo assicurata la collaborazione preziosa di competenti compagni, e in questo stesso numero i lettori possono già vedere alcuni articoli dovuti ad eminenti scrittori; specializzati nelle rispettive materie.

Consci che i tempi attuali, vibranti di meravigliosa attività, non si ammantano di vane parole, ma di fatti concreti, ci lusinghiamo che questa nostra modesta iniziativa, che abbiamo sviluppato per un debito di affettuoso omaggio alla memoria di Umberto Villa che ne fu l’ideatore, non abbisogni di illustrazione ulteriore, oltre il concetto animatore sopra enunciato. Esprimiamo solamente l’augurio che l’opera nostra non riesca indegna del pubblico genovese al quale ci rivolgiamo, fidenti nel suo appoggio e nella sua cooperazione.

LA DIREZIONE

 

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IL TELEGRAMMA INVIATO DAL DUCE ALL’ON. BROCCARDI DOPO LE MEMORABILI GIORNATE GENOVESi

 

DISCORSI ALLA COMPAGNA

 

La parola di San Giorgio

 

«...Alla “Compagna”..., rispondono unanimi tutte le storiche campane della Liguria, che annunziano con esse, in questa nuova era del Risorgimento Italiano, nuove energie creatrici in mare e in terra, per la sempre più sublime ascesa di tutte le fortune nazionali».

PAOLO BOSELLI

 

Ieri tutto il Tempio sonava del carme secolare: tutti gli Italiani memoravano e propiziavano Roma Dea, restaurata al maggior Altare della virtù che vuole e sa ritessere le porpore, e rispiegar le vele, e rieducar, verdi, i lauri al Tricolore. Col vangelista nero e folgorante della Rinascita, erano tutti i credenti della Patria; il Tempio dai venti Campanili palpitava mirabile, superbo e uno nel Rito.

Oggi s’ingloria, San Giorgio, la tua vetta antica, onore della Basilica peninsulare, e questa n’è ancor tutta luminosa, ché il Campanile solare e marino dei Navigatori è gemma e faro, fortezza e squilla d’Italia.

Umili uomini oscuri ne saldano, col ricordo e l’amore, la pietra antica e sacra; coll’anima ne toccano il bronzo.

 

* * *

 

Restituire all’Italia, nella sua integrità spirituale tradizionale, uno dei suoi Popoli più gloriosi; mantenerlo sulla giusta e storica via del suo destino; risuscitare, a ciò, tutte le sue migliori energie; alimentarle e confortarle colla storia, colla tradizione, col costume, col linguaggio; conservarlo nelle tumultuose correnti d’immigrazione e nella massa sempre varia, e talora discorde, delle genti immigrate, uno di sangue, di volontà, d’anima e d’opera: costituirne – alto mirando, e al passato e all’avvenire – un patriziato conscio e responsabile della nostra nobile Terra, è l’ideale, lo scopo, la speranza e il volere della Compagna.

Tanto esprime la dichiarazione statutaria: tanto dev’essere sempre più fermo e luminoso e limpido. Tanto, senza nostre vane parole, comprese il Pilota dei Fatti.

 

* * *

 

Eppure v’è, ancora, un vulgo sciocco, di gazze, che parla e sparla delle Regioni collo sprezzo gassoso del pregiudizio ormai veto. A noi stessi, diremo, non a costoro, che più della pietra, dei marmi, delle tele, l’Italia deve vantare le sue Regioni: stupenda opera di natura e di moltanime umanità, di genialità italiana, di provvidenza divina; le sue Regioni che, diversissime, s’alleano a quell’unità unica d’italianità ch’è sinonimo – invano misconosciuto – della più varia e vivida intelligenza umana e civile.

Provvidenza sapiente, volle, come le terre, diversi gli uomini d’Italia; diverse – nei mutevoli pittoreschi scenari regionali – le attitudini, le attività, i costumi: vari gli spiriti, mirabilmente espressi negli usi come nelle opere; varia la terra armoniosa colle sue genti, le storie e le glorie delle collettività diverse, concordi coi loro individui.

Le diciotto Sorelle, tutte differenti e bellissime, costituiscono davvero una superba ghirlanda di maternità all’Italia! La gloriosa mutevol maraviglia delle gemme italiche oppone infimo danno al primato geniale che all’Italia venne da differenze così vivaci e caratteristiche, sì che il ligure nato sul mare, sull’azzurra cornice di rupi, e il pianigiano alacre nella feconda vastità padana, e l’arguto spirito frizzante nel giardin di Toscana, col calabro silvano e fiero, e tutti gli uomini e tutte le terre e tutte le arti e tutte le storie, e tutte le vite, e tutte le diversità, sono stupende leggi o privilegi, sorrisi e industrie di natura e di destino, d’umanità sagace e di provvidenza divina a far d’Italia mazzo unico d’ogni fiore umano...

Ciò non si comprese; si negò; si osteggiò per lungo tempo. E parve saggezza patriottica l’orrendo scempio della personalità regionale E titani monocoli, e pigmei senza lume, s’affaticarono – proprio bestemmiando il santo nome della gran Patria unica e somma! – a distruggere le piccole Patrie sua gloria e sua gioia; a demolire i naturali gradini per cui l’individuo, calpesti i bruti istinti egoistici, assurge; dalla famiglia al suo paese; dalla sua regione fino all’idealità più augusta, oltre cui è tutta l’umanità, e finalmente Iddio.

Nella furibonda quanto stolida guerra alle Regioni, che pur avevano saputo creare l’unità della Patria (proprio quell’unità nel cui nome dovevansi distruggere), alla ragion d’essere delle regioni e all’opportunità e all’utile di ben mantenerle, non si trovò voce e sapienza.

Non si vide e non si pensò, non si volle vedere e pensare ch’esse non erano forma d’artificio, convenzione geografica, espressione verbale, delimitazione amministrativa, bensì fatto fisico e psicologico; sostanza etnica, organismi naturali e vite storiche, realtà predestinate, plasmate nella stessa evidenza concreta e nella spiritualità della Penisola: terra e carne d’Italia; sangue e respiro della Patria; rappresentanti immediate tangibili d’Essa ai più; così come la nave Italiana è la patria italiana, presente e concreta nell’oceano.

Se la natura e la storia, il tempo e le stirpi crearono e mantennero le Regioni, come e perché tentar di distruggerle, o menomarle, anzi che usarle ad un fine?

Ciò non fu meglio ineditato. L’apologo del Romano parve applicato dallo stomaco, ovvero dal cuore – diciamo dai meccanisti del cuore! – a danno delle membra; rimproverando il braccio, la mano, il piede, il collo; di opporsi – colle loro diversità – all’unità della Nazione! Come se la Nazione bene unita dovesse equivalere a un cuore senza membra! A un blocco inarticolato, a un centro senza periferia! Per timore del vestito d’Arlecchino, si fece torto alle belle membra del corpo vivo.

 

* * *

 

L’Italia è fatta, bisogna far gl’Italiani...

S’abusò, in ogni scoletta, a sazietà, e in senso assoluto, pedantesco e alteratissimo, della frase dazegliana. Far gli italiani parve dover significare: distruggiamo i liguri, i lombardi, i napoletani, i veneti, i siciliani, per foggiarne, non gli Italiani di Milano. di Venezia, di Palermo... bensì un tipo ortodosso su misura, un’antologia antropomorfa di brani... (proprio di brani!) scelti dei vari tipi regionali, da distruggersi poi ad onta del passato, a obbrobrio dei secoli in cui le Regioni avevan dato Cesarea e Legnano, Ponza e Barletta, i Vespri e le Colonie d’oltremare! Un furore d’inintelligenza iconoclasta avventò tutti i declamatori, tutti i rètori del luogo comune, tutti i più ottusi pedagoghi a distruggere mura ciclopiche di sentimenti, d’attitudini, di consuetudini, di forte e vario vivere, che ai vaporanti cervelli ossessionati d’un uniformismo da orfanotrofio, sembravano barriere e catene, mentre che non costituivan meno della colonna vertebrale, del sistema osseo più intimo della grande Patria che poteva, finalmente, essere integrata fatta, cioè animata, inossa, da tutte le sue geniali diversità, con tutte le varie attitudini e forze, a nuova vita, a nuova storia, cui tutte le sue storie, tutte le sue vite, tutte le sue esperienze dovevansi rivolgere mirabilmente attive e concordi; per costruire, sì come sterratori e fabbri, muratori e falegnami, carpentieri e pittori, ingegneri e manovali s’adoprano all’edificio nuovo: saldo e armonioso.

Far gli Italiani doveva significare, per Massimo come per Goffredo, ridestare i Fratelli d’Italia; non distruggerne le molte vite, bensì rivolgerle – in cosciente armonia – a una maggiore; non distruggere per l’unità, le parti cui veniva mirabilmente a comporsi; non violentar le menti e i cuori, lor strappando pensieri e affetti foggiati nei secoli, bensì dai particolarismi chiusi portarli alla via maestra lumeggiata fiammeggiante della Patria, tutta acquistata e riconquistata.

Significava montare i pezzi, muovere l’inerte, riparare i danni; fare coll’esistente buono, migliorarlo – sempre migliorarlo – non annientarlo o sciuparlo, non mortificarlo come incompatibile colla creazione di cui era fattor primo; sollevare le genti men progredite d’Italia accanto alle più civili e prosperose; rilevarle dalle umiliazioni del servaggio, ripararne le devastazioni delle male signorie straniere; l’individuo rendere degno di tutto il Popolo e il Popolo illuminarlo colla luce dei più grandi cuori, delle più vivide menti che proprio le Regioni avevano dato al trionfo dell’Unità.

Menti e cuori d’uomini sommi, assolutamente diversi come le regioni da cui erano generati, e perciò forse maravigliosamente provvidi alla sacra causa.

Io non so chi non veda come la provvidenziale varietà spirituale delle regioni, esprimendosi nel pensiero e negli atti dei fattori dell’Unità, mirabilmente servisse proprio quella fusione d’Italia, di cui le regioni parvero poi dissolventi, vituperate. Certamente danneggiò la ragione il pensiero primo di coloro che, preoccupandosi della varietà grande delle popolazioni italiane, e considerando, com’era infatti, ingiustizia e ingratitudine somma tentar d’annientarla, e impossibilità per lo meno secolare, di acquistar loro un’uniformità, e dubbiosa praticità e utilità tentarlo, volevano, al primo fiorir dell’ideale di indipendenza, la confederazione degli stati italiani, e poi un’unità a spicchi o a cantoni, a foggia svizzera.

Dal Gioberti al Cattaneo, le regioni furon tanto e sempre presenti agli unitari, da divenir incubo di minaccia, di pericolo all’ideale supremo.

Il sospetto, il disamore, l’ostilità s’armarono tenaci, rimasero nel sistema politico, divennero vangelo d’educazione italianissima. Delle regioni sospiravasi in Parlamento e a scuola come di parenti indegni. Le membra, le parti d’Italia sembravano tutte vergognose! In buffo modo si raffazzonarono e antologiarono le istorie d’Italia; i fratelli mameliani furono siamesati retrospettivamente; la storia di Roma fu caudata d’un’infelice campionario senza sapore, colore e proporzioni delle vite regionali nei secoli. E si videro, si lessero, si studiarono nelle scuole i testi dov’erano dedicate dieci pagine a Venezia, Genova, Pisa superstiti della forza di Roma e seminario dell’avvenire, e forse dodici agli Scaligeri o ai Carraresi; dove Genova e i Genovesi comparivan soltanto per guerreggiare Pisa e San Marco, in conflitti idiotamente deplorati. Le guerre fraterne!... Non si vide altro delle storie dell’Italia luminosa e virile nel letargo buio!

Ma la zelante follia procustiana, non poteva contentarsi dei rapporti ch’ebbero nei secoli le varie parti d’Italia; d’un’armonia, che pur nelle divisioni e nelle varie vicende, mantenne – anche se non appariscenti, anche in occasionali contrasti – in legami di origini e di destino, le venturose sorelle.

Ah! quanto male fece questo zelo illogico alla Patria! I pezzi mal posti, o negletti, non possono valere alla macchina.

Qual folle imprevidenza indebolire, mortificare, traviare, artificiare la vita delle regioni singole – la loro vita naturale logica opportuna – nella convinzione sciocca di irrobustire il nuovo augusto corpo nazionale! Non per aiutar lo stomaco, ma precisamente per rafforzarlo, quei singolarissimi medici paralizzarono o atrofizzarono le membra!...

Chi volesse opporsi a questa verità storica, pur troppo ancor tanto evidente nei suoi effetti disastrosi, pensi alle sei o sette capitali – vere capitali non di staterelli ma di attività – rimaste come cuori inerti, come macchine dimesse, teste vuotate di cervello e di volontà poiché tutti i cervelli e tutte le volontà dovevansi foggiare in grande, e per tutti, e per tutto a Roma. A Roma, di quei tempi, impreparatissima: la verità non è irriverenza.

Centri di vita, di attività particolarissime; propulsori antichi costanti mirabili di energie che dovevansi esercitare, svolgere, afforzare su quei territori dove l’esperienza aveva lor segnati codici irrevocabili; genti che dall’ambiente e dalle sue esigenze prendevano incitamento, forze guide, dovettero abdicare le lor pur proprie virtù e subordinarsi alla volontà generica, in troppi casi inopportuna, dubbia o errante. Mare e fiumi, laghi e monti, industrie, traffici, navi; ogni vita antica e nuova dovette fermarsi il polso, spegnere i suoi fuochi. negarsil’evidenza, esasperare l’urgenza, in attesa delle provviste spirituali, legislative, tecniche, finanziarie di un centro ingombro e atono, dove Cavour non c’era.

Quell’accentramento era un ingorgo che si fece cronico e fu dannosissimo: l’iniziativa delle regioni, se non annientata, fu crudelmente impacciata, disagiata, sfavorita. Città use da secoli a volontà propria, ad azione immediata e diretta di previdenza e di provvidenza, che forse in brevi orizzonti, ma vicine e limpide vedevano le ragioni di lor vita, ascoltando e vigilando ben da presso il cuore e il cervello del loro organismo non vasto, ma proporzionato, logico, evidente, furono – quasi improvvisamente – invecchiate, fiaccate, esautorate nell’accidia spirituale dei subalterni; ricacciate da chi pensava di allargare le mura e gli spiriti al concetto più grande, alle più anguste miserie locali, talora con un burocrata accidioso e dieci intriganti. E le popolazioni divennero agglomerati di singoli egoisti, senza attività e responsabilità che oltrepassasse il nocciolo dell’interesse individuale.

Eccezioni qua e là di illuminati, di ambiziosi, di irrequieti, ma il folto regionale divenne di forza inerzia, da anima e animatore materia greve e lenta, or ripugnante e restia, or paziente passiva, or malcontenta e ostile d’una lontana tarda farraginosa, spesso opaca ed equivoca, spesso improvvida e inadeguata, volontà affollata, affaticata, sforzata: volontà di ufficio, provvidenza di maniera, competenza generica o di seconda mano, burocrazia non energia.

Qualche regione seppe adattarsi o reagire, e forse non fu estraneo all’assurgere di Milano il tirocinio di dominazioni straniere, per cui erasi l’industre regione già abituata a trovar forze e volontà sue da tener parallele, se non proprio da opporre, alle esigenze di dominanti lontane.

Enormemente soffrì invece la Liguria, l’albatro terrafermato.

 

Ora che Roma non è più vedova e sola con troppi; ora ch’è tornata Caput davvero, le regioni italiane, legittimate e confortate, trovano a Palazzo Chigi chi sa lo spirito profondo del mens sana in corpore sano di Giovenale. cioè che la testa è forte e sana, che il corpo è ben valido se il cuore, i polmoni, il fegato, non sono atrofizzati e buttati ai gatti.

L’Italia è il piroscafo maraviglioso, ma le sue Regioni sono gli scompartimenti stagni del transatlantico poderoso...

E se il Comandante è al suo posto, sul ponte di comando, l’alto pensiero scende alle macchine, indaga le stive; sa che la Bandiera sventola alta e sicura se sotto coperta non v’è un carico di addormentati, o di marinai franchi, sempre franchi di guardia, cui sembri merito e disciplina di aver disimparato vele e timone, di russare per non peccare.

 

Amedeo Pescio

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